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Assegno divorzile

Casa familiare e assegno divorzile

Nell’adottare le statuizioni conseguenti al divorzio, deve attribuirsi rilievo anche all’assegnazione della casa familiare che, pur essendo finalizzata alla tutela della prole e del suo interesse a permanere nell’ambiente domestico, indubbiamente costituisce un’utilità suscettibile di apprezzamento economico, anche quando il coniuge separato assegnatario dell’immobile ne sia comproprietario, perché il godimento di tale bene non trova fondamento nella comproprietà dello stesso, ma nel provvedimento di assegnazione.

Lo stabilisce la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 8764/2023, cavalcando una giurisprudenza ormai consolidata in materia.

In questa vicenda giudiziaria, il Tribunale di primo grado, nel dichiarare la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario, aveva attribuito alla moglie un assegno divorzile sancendo che allo stesso doveva essere attribuita una triplice funzione assistenziale, comparativa e perequativa.

Alla moglie, pur non proprietaria, era stata assegnata la casa coniugale in ragione della domiciliazione dei figli minori presso di lei, immobile di proprietà del marito, che ne avrebbe quindi garantito il godimento gratuito.

Impugnato il punto dall’ex marito, la Corte d’Appello ha confermato l’assegno divorzile alla moglie stabilendo che come presupposto dello stesso doveva considerarsi l’accertamento di uno «squilibrio effettivo, e non di modesta entità, tra le condizioni economico-patrimoniali degli ex coniugi […] riconducibile alle scelte comuni di conduzione di vita familiare, alla definizione dei ruoli all’interno della coppia ed al sacrificio delle aspettative di lavoro di uno dei due».

Nella specie, la Corte di merito, pur partendo dal condivisibile rilievo per cui, in tema di valutazione delle condizioni economico patrimoniali degli ex coniugi, al fine dell’accertamento della spettanza, o non, dell’invocato assegno divorzile, la nozione di “patrimonio” va interpretata in senso “estensivo” «al punto di ricomprendervi qualsiasi circostanza idonea ad accrescere la disponibilità finanziaria del nucleo familiare o anche solo dell’ex coniuge, non ha poi minimamente valutato la piena e gratuita disponibilità della ex casa familiare da parte della moglie, la quale nemmeno ne era proprietaria, determinante certamente un significativo risparmio di spesa per quest’ultima.

In altri termini, a prescindere dalla indiscussa funzione di conservare l’habitat familiare dei figli suddetti, non può negarsi che la decisione riguardante l’assegnazione della casa familiare ha dei riflessi economici, sia se il bene appartiene ad entrambi i coniugi sia che appartenga a terzi, perché consente al genitore collocatario di evitare le spese per reperire una nuova abitazione, che, invece, deve essere ricercata dall’altro genitore, che non può godere del bene anche ove ne sia comproprietario.

Pertanto, nell’adottare le statuizioni conseguenti al divorzio, deve attribuirsi rilievo anche all’assegnazione della casa familiare che, pur essendo finalizzata alla tutela della prole e del suo interesse a permanere nell’ambiente domestico, indubbiamente costituisce un’utilità suscettibile di apprezzamento economico, anche quando il coniuge separato assegnatario dell’immobile ne sia comproprietario, perché il godimento di tale bene non trova fondamento nella comproprietà dello stesso, ma nel provvedimento di assegnazione, opponibile anche ai terzi, che limita la facoltà dell’altro coniuge di disporre della propria quota e si traduce, per esso, in un pregiudizio economico, valutabile ai fini della quantificazione dell’assegno dovuto.

Articolo a cura di Francesca Oliosi, Avvocato di diritto di famiglia

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