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Pene sostitutive

Pene sostitutive: modifiche al regime sanzionatorio

Il D.Lgs. n.150/2022 (la Riforma Cartabia) ha modificato il regime sanzionatorio, in particolare il comparto delle pene sostitutive con l’introduzione, nel codice penale, dell’art. 20-bis. Questo prevede che le pene sostitutive già previste dalla L. 689/81, (semilibertà, detenzione domiciliare, lavoro di pubblica utilità e pena pecuniaria sostitutiva di quella detentiva), possano essere applicate dal giudice in caso di condanna alla reclusione o all’arresto non superiori ai limiti previsti dalla medesima norma (quattro anni per semilibertà e detenzione domiciliare; tre anni per il lavoro di pubblica utilità sostitutivo, e un anno per la pena pecuniaria sostitutiva).

L’art. 95 D.Lgs. n. 150/2022 prevede che le norme previste dal Capo III L n. 689/1981, se più favorevoli all’agente, si applicano anche ai procedimenti penali pendenti in primo grado o in grado di appello alla data di entrata in vigore del decreto e che il condannato a pena detentiva non superiore a quattro anni, all’esito di un procedimento pendente innanzi la Corte di cassazione all’entrata in vigore del decreto, può presentare istanza di applicazione di una delle pene sostitutive di cui al Capo III L. n. 689/1981 al giudice dell’esecuzione entro trenta giorni dalla irrevocabilità della sentenza.

Nel nuovo regime le pene sostitutive possono quindi essere applicate soltanto dal giudice della cognizione nel caso di condanna a pena che non superi i limiti previsti dall’art. 20-bis c.p.p.; non possono essere condizionalmente sospese e, una volta divenuto definitivo il titolo che le applica, la loro esecuzione non può essere sospesa in conformità al meccanismo previsto dall’art.656, comma 5, c.p.p. per le pene detentive, anche se costituenti residuo di maggiore pena.

Ebbene, in tempi recentissimi, la Suprema Corte di Cassazione (sentenza n. 2356 del 19.1.2024) ha chiarito che i limiti fissati dall’art. 20-bis c.p. per l’accesso alle diverse pene sostitutive devono considerarsi riferiti in via esclusiva alla pena che il giudice infligge con la sentenza di condanna, a nulla rilevando l’eventuale presofferto a titolo di custodia cautelare.

Dunque, con un evidente paradosso, l’ottica premiale della riforma, finalizzata a ridurre il più possibile l’irrogazione della sanzione dell’arresto e della reclusione in favore di pene sostitutive che possano avere anche una finalità rieducativa (come nel caso del lavoro di pubblica utilità) non tiene conto dell’eventuale pena che sia stata già scontata in sede cautelare.

Articolo a cura di Alessia Spagnuolo, Avvocato Penalista

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